il Libro

parte I - capitolo L


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Scelsero una trattoria in via Marche. Giovannino era stato perentorio:
«Dopo tanta fame dobbiamo scegliere il locale nel quale essere sicuri di mangiare bene, senza limitazione, e dove servano anche ottimo vino. Tanto, dieci lire in più o in meno non ci sposteranno, a casa torniamo comunque con le pive nel sacco e quattro soldi in tasca.»
Ricordarono d'aver sostato spesso davanti a quelle vetrine, scorrendo i menù esposti e occhieggiando all'interno. Appena riscosso l'ultimo stipendio decisero di festeggiare lì la fine della loro avventura romana.
Ordinarono gli antipasti e si gettarono avidamente sui funghi trifolati, sui fagioli all'agro e sull'affettato, facendo abbondante uso di pane. Passarono poi alle penne all'arrabbiata e subito dopo a una porzione analoga di fettuccine al sugo. L'esperto Giovannino aveva consigliato, all'inizio, il bianco freddo dei Castelli ma per accompagnare le penne era passato al rosso. Al termine dei primi piatti avevano già bevuto mezzo litro ciascuno e Piscopo ne ordinò altrettanto per andare avanti nella cena. Gli avventori avevano frattanto riempito il locale, l'aria era divenuta densa e fumosa, il chiasso intorno era tale che ormai i due si parlavano senza udirsi, riuscendo comunque a trasmettersi con i gesti l'espressione del crescente godimento. Per secondo si fecero portare polpette al pomodoro, un contorno di insalata verde e chiesero altro pane. Stavano meditando se passare alla frutta o ordinare un altro piatto di carne quando a Giovannino si avvicinò, battendogli allegramente la mano sulla spalla, un giovane in divisa di finanziere. Piscopo lo guardò felicemente sorpreso e s'alzò per abbracciarlo con un'enfasi che, forse per effetto del vino, risultò più teatrale di quanto non lo fosse già nei suoi abituali atteggiamenti. Poi lo presentò a Federico:
«Mario Cannavacciolo, un compaesano. È di Cava anche lui, non vi conoscete?»
No, Federico non lo conosceva, anche se la sua fisionomia non gli era nuova. S'alzò a sua volta per stringergli la mano e in quel momento capì d'essere ubriaco.
Il finanziere sedette al loro tavolo, raccontò d'essere stato arruolato proprio in quei giorni e di essere stato destinato a Roma dove era appena arrivato. «Chi sale e chi scende!» commentò Giovannino con un ghigno sarcastico. Poi volle che l'altro gli riferisse le ultime novità del paese e infine dichiarò che occorreva solennizzare la circostanza.
«Giusto!» disse il finanziere, che chiamò il cameriere e gli ordinò di portare un litro di malvasia.
Di ciò che avvenne dopo Federico ricordò, in seguito, soltanto alcuni particolari slegati tra loro: Giovannino e il finanziere che continuavano a farlo bere dicendogli «Ti dobbiamo fare ubriacare!» e lui che tentava di rifiutare farfugliando e ridendo perché trovava comicissimo che gli altri non capissero che ubriaco lo era di già; il pagamento della cena, che era costata duecentocinquanta lire a testa;
(...)