il Libro

parte I - capitolo XXXIV


I - II - III - IV - V - VI - VII - VIII - IX - X

XI - XII - XIII - XIV - XV - XVI - XVII - XVIII - XIX - XX

XXI - XXII - XXIII - XXIV - XXV - XXVI - XXVII - XXVIII - XXIX - XXX

XXXI - XXXII - XXXIII - XXXIV - XXXV - XXXVI - XXXVII - XXXVIII - XXXIX - XL

XLI - XLII - XLIII - XLIV - XLV - XLVI - XLVII - XLVIII - XLIX - L

La piccola folla di studenti in attesa di sostenere gli esami di riparazione per la licenza liceale sostava davanti ai locali dell'istituto magistrale, scheggiati, deturpati ma agibili. L'edificio del ginnasio-liceo Torquato Tasso, benché più gravemente danneggiato, era stato requisito dai militari alleati che vi avevano installato un comando.
Quando furono chiamati, i giovani varcarono il portone e, attraverso l'atrio, raggiunsero una vasta sala in fondo alla quale, dietro un lungo tavolo rettangolare, erano seduti i professori. Si sistemarono nei banchi e quei pochi di loro che avevano recato libri li disposero diligentemente davanti a sé.
Gli insegnanti li osservarono in silenzio, rispondendo con un cenno del capo al saluto senza sorriso che veniva loro rivolto. I due schieramenti si scrutavano reciprocamente. S'erano lasciati in un caldo mattino assolato, ancora presi dall'antagonismo delle vicende scolastiche, e si ritrovavano in un freddo giorno di febbraio che li faceva apparire, gli uni agli altri, ricordi di un'altra vita.
La suggestione dell'ambiente ridestò in Federico l'apprensione che aveva avvertito durante l'attesa, quando s'era reso conto che non tutti avevano completamente trascurato la preparazione come invece aveva fatto lui. Ora si sentiva meno sicuro che i professori fossero disposti a essere compiacenti e cominciava a temere che la soppressione delle prove scritte potesse non significare quel che egli aveva sperato. Respirò profondamente. Ormai era tardi sia per pentirsi che per preoccuparsi.
Al tavolo fu preceduto da due giovani che s'intrattennero con i rispettivi esaminatori per pochi minuti, in un colloquio del quale giunse ai banchi soltanto qualche parola. Quindi l'insegnante di greco lo chiamò e lui andò a sederglisi di fronte dopo aver invano tentato di scorgere l'espressione dei due che stavano allontanandosi.
«Perché non hai studiato, durante l'anno?» esordì il professore Del Turco a voce bassa.
«Professore, voi ricordate certamente che nell'ultimo trimestre avevo raggiunto la sufficienza...»
«Già, è vero, ora lo ricordo. Ma non si può promuovere sulla base della sola interrogazione finale. E tu l'avevi già fatto l'anno precedente, di impegnarti soltanto negli ultimi giorni. Lo comprendi?»
«Lo comprendo, professore. Ma ora che posso dirvi? Quante volte voi ci avete ricordato, in classe, che il vostro mestiere vi consente di leggere in ciascuno degli allievi come in un libro aperto! Non ho mostrato resipiscenza, almeno in un certo momento? Proprio non meritavo il vostro aiuto?»
Del Turco allargò le mani come a dire 'Chi poteva immaginare?' Lasciò passare qualche istante e poi chiese:
«Come te la sei passata in questo periodo?»
«Tra la paura e la fame, professore. Paura per me e per la mia famiglia. Ma ho conosciuto un sentimento ancora più forte, l'orrore. La paura fa tremare, provoca la disperazione, la ricerca della salvezza. L'orrore paralizza, annienta.»
(...)