il Libro

parte I - capitolo XL


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Federico cominciava a preoccuparsi seriamente della precarietà dell'impiego poiché sentiva dire sempre più spesso che l'inflazione del personale destava apprensioni negli alti livelli direttivi che avevano continuato a immettere in servizio elementi già appartenenti all'amministrazione centrale e periferica dello Stato, molti dei quali militari congedati in attesa di tornare a casa oltre la linea del fronte e altri che avevano invece preferito avventurarsi al sud piuttosto che aderire alla Repubblica di Salò. Anche il lavoro era aumentato notevolmente ma veniva conteso dagli avventizi in cerca di nicchie di sicurezza e di autorevoli protezioni.
Non c'era ancora asprezza però nei rapporti personali che peraltro avevano occasione di amalgamarsi nelle sale di mensa, dove l'atmosfera tendeva a essere conviviale specialmente da quando, con l'installazione di altoparlanti radiofonici, era rallegrata dal sottofondo musicale.
La consumazione dei pasti era sempre un momento di euforia, spesso alimentata al tavolo di Federico da Giovannino Piscopo, i cui bislacchi comportamenti seguivano il ritmo delle libagioni che riusciva a procurarsi.
Seduto a capo tavola stava appunto per uscirsene con una delle sue quando fu preceduto da Agostino Serra, un salernitano bassino, dallo sguardo furbo, dal volto non proprio abbellito da ispidi peli che volevano essere baffetti e sembravano tutt'altro:
«Da ieri sui muri di Salerno appaiono manifesti con l'elenco delle ragazze che se la fanno con i militari alleati. Un lungo elenco con nomi, cognomi, uno spasso!»
«E chi si è preso la briga di una cosa del genere?» chiese Giorgio Ruffo, un aitante giovane napoletano dagli occhi solitamente malinconici.
«Mah, pare che si sia mosso un comitato cittadino di benpensanti. Però il sospetto è che si tratti di giovani terribilmente incazzati dalla preferenza che ormai anche le ragazze di buona famiglia riservano ai soldati stranieri, non esclusi quelli di colore, anzi!»
Ognuno volle dire la sua sull'argomento con giudizi che in breve passarono dalla rassegna dei comportamenti femminili a quella dei generali mutamenti della morale comune. Il discorso, abbandonate le facili facezie, si faceva sempre più serio e Ruffo prese la parola, pacatamente:
«II nostro sistema morale è in crisi, non c'è dubbio, forse è vero che le donne ne risentono più di noi, non so, ma è certo che siamo soltanto all'inizio dei cambiamenti che seguiranno alla grande tragedia che abbiamo vissuto. Io ho perso la casa, a Napoli, e ho pianto davanti alla ferraglia contorta che era stata la macchina da cucire di mia madre e che vedevo spuntare in mezzo alle macerie. Ma statene certi, la guerra che ha distrutto la mia casa e fatto strage di vite continuerà a distruggere. Ha già attaccato i valori e non si fermerà fino a quando non li avrà stravolti. Se anche questo sarà un male o produrrà un bene non lo so, ma sono convinto che avverrà. Le tragedie svelano le futilità, i falsi idoli, le sedimentazioni di comodo.
(...)