il Libro

parte I - capitolo XXIX


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Molti luoghi comuni hanno una morale che s'attaglia alle grandi avventure dell'umanità non meno che alle futili vicende. La storia, come le partite di calcio, non si fa con i se e con i ma e non può essere rigiocata.
Se gli alleati non avessero preteso la resa incondizionata di Mussolini. Se Vittorio Emanuele avesse liquidato il fascismo e offerto contemporaneamente la resa. Se Badoglio fosse riuscito a concordare prima l'armistizio. Se Hitler anziché difendere alla lontana la fortezza Germania avesse richiamato tutte le sue truppe per ammassarle a copertura dei propri confini. Se gli alleati si fossero limitati alle operazioni militari risparmiando le popolazioni. Se, se, se, se! E se l'Italia non avesse fatto quella guerra?
L'agosto del 1943 non fu la fine dell'incubo ma l'inizio della tragedia nella quale l'incubo si materializzava. E furono sangue, fame, dolore, paura, lutti, mutilazioni, cancellazioni di persone e cose dalla faccia della terra. Per molti l'istinto alla sopravvivenza fu puramente animale essendo già stati svuotati dello spirito. E animalescamente si acuì poco a poco il crudele egoismo che poneva l'uno contro l'altro, finché la pietà si ridusse a un'emozione fugace riservata unicamente allo spettacolo della morte. Le incursioni aeree sulle grandi città, compresa la capitale, si succedevano ormai continue, devastanti, terrificanti. Gli alleati facevano comprendere che la pietà per se stessi escludeva quella per altri, che la vita di un loro soldato valeva l'esistenza di decine e decine di altri esseri umani, militari o civili non aveva importanza, e che non avrebbero smesso il massacro finché il nemico non si fosse arreso. La guerra italiana era ormai soltanto la lotta di inermi popolazioni contro la morte che scendeva dall'alto a stanare le proprie prede.
Malgrado la giornata domenicale e l'ora pomeridiana, solitamente riservata dai napoletani al pisolino specie da quando il sonno notturno era divenuto aleatorio, la riviera di Ghiaia era affollata di gente che passeggiava pigramente. L'incursione del mattino aveva costretto tutti a stiparsi lungamente nei rifugi ansimando per il caldo e la paura; la leggera brezza che s'era levata dal mare dopo mezzogiorno era stata accolta come una benedizione e aveva accresciuto il desiderio di respirare all'aperto, a pieni polmoni, in attesa del tormento che l'immancabile allarme notturno avrebbe rinnovato. Girolamo muoveva un passo dopo l'altro lentamente, adeguandosi all'andamento della folla. Non apparteneva al suo temperamento bighellonare senza meta, non l'aveva mai fatto tranne forse da giovanissimo, prima d'arruolarsi nell'arma dei carabinieri, quando tuttavia era spinto dallo scopo di guardarsi intorno alla ricerca d'avventure di sesso. Dopo il matrimonio la moglie gli aveva rimproverato molte volte la sua inadattabilità alle tranquille passeggiate insieme alla famiglia e s'era definitivamente rassegnata soltanto quando, una volta ch'era riuscita a convincerlo, lui aveva sfogato il proprio malumore appioppando un sonoro ceffone a un giovanetto colpevole d'avere rivolto un apprezzamento innocente alla loro figliola tredicenne.
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