il Libro

parte I - capitolo XLVI


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Prima ancora dell'alba la lunga colonna di autocarri era pronta a partire e appena il sole spuntò da dietro le colline i motori vennero accesi. Tutti salirono a bordo e Davide, seguito da Federico, si issò in cabina accanto al guidatore. La colonna si mise in movimento verso la strada statale per Napoli.
Il camion marciava bene anche se non aveva un aspetto rassicurante. Era una macchina militare tedesca, bottino di guerra, rimessa in efficienza alla bell'e meglio. L'autiere era un giovane di poche parole, preoccupato di tenere sotto costante controllo la rabberciata strumentazione del cruscotto dove il pulsante dell'accensione automatica era stato sostituito da un rudimentale cavetto di fortuna azionato a mano.
Il percorso fino a Napoli fu coperto senza intoppi. Era ancora l'ora del risveglio e l'attraversamento dei centri abitati fu celere. Il traffico militare alleato si svolgeva prevalentemente nella stessa direzione della colonna che avanzò senza molti rallentamenti. Dall'interno della cabina Federico poteva scorgere le persone issate sui cassoni scoperti degli autocarri che aprivano la fila. Sedevano fra le cataste di materiale e tenevano la testa incassata sul petto per proteggersi dal vento della corsa.
La zona industriale in prossimità di Napoli era devastata. Il sole illuminava montagne di rottami, scheletri di edifici, capannoni sventrati. La rovina appariva così definitiva da far ritenere impossibile ogni idea di ricostruzione.
La città era tetra malgrado la luce del giorno. La stazione centrale, mutilata, sembrava immersa nella fuliggine. Il monumento a Garibaldi, cintato da cavalli di Frisia, si ergeva al centro della piazza rigurgitante di automezzi militari in un quadro di caotica desolazione. La colonna si incanalò nel traffico, lentissimo anche per il generale dissesto del fondo stradale.
Usciti da Napoli Davide mise mano alle provviste: pane, una scatola di salmone, un'altra di filetto di maiale, marmellata, frutta, biscotti. Il conducente accettò di mangiare qualcosa continuando a guidare, sempre attento alla strumentazione del cruscotto. La strada ora saliva scoprendo il magico panorama del golfo, luminoso sotto il cielo terso. A destra verdeggiavano le ubertose campagne vesuviane. Nella cabina cominciò a fare caldo, mentre il fragore monotono del motore provocava un'ipnotica sonnolenza.
Una frenetica gragnuola di colpi sul tettuccio della cabina indusse il militare a fermare il veicolo. Il vento aveva portato via il cappello a uno di quelli che viaggiavano sul cassone. Federico li vide rossi in volto, sudati, alcuni con un fazzoletto annodato al capo, con l'aria mesta di gente ormai rassegnata a soffrire. Istintivamente offrì loro di darsi il cambio in cabina, ma essi rifiutarono ringraziando. Mentre l'autocarro ripartiva Federico disse a Davide:
«Quelli dietro stanno da cani eppure fanno i superbi.»
(...)