il Libro

parte I - capitolo XXIV


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'Norina, m'accorgo di aver presunto troppo, di te e di me stesso. Di te perché ho creduto la tua sensibilità pari alla tua bellezza, di me perché convinto di saper dominare a mia volontà la spinta dei sentimenti. Né l'una né l'altra cosa, ahimè! Quanto più è bella, la donna, tanto più ama soltanto se stessa, e quanto più è volitivo, l'uomo, tanto più soccombe alle proprie debolezze. Sei bella, anzi stupenda, ma usi la tua bellezza come un giocattolo che diverte te sola e raggela chi ti avvicina. Non c'è generosità, nel tuo cuore, né gratitudine. Che diversamente non soffriresti soltanto a parole per il dolore di chi invece ti vuole bene. Io sono, anzi ero, o forse sono ancora, fra questi. È il mio risentimento a rendermi incerto perché immagino che non ne proverei se davvero, come credo, il mio amore per te fosse già morto. Avrei dovuto tirare le mie conclusioni già da tempo e sottrarmi alla tua attrazione quando era più agevole. Lo faccio ora. Ti lascio al piacere di te stessa, alla tua gioia di vivere come la salamandra che spegne le fiamme senza essere arsa dal fuoco. Non c'è amore se non c'è soffe¬renza, e tu non sai soffrire. Quindi non sai amare. Non è un rimprovero, è il riconoscimento di una forza protettiva che ti invidio. Addio, Norina.'
Federico rilesse la lettera, fu tentato di modificarla ma infine la firmò, deciso a rinunziare alle asprezze che gli venivano suggerite dall'impulso vendicativo. Per amor proprio preferiva attribuire a Norina una pietosa incapacità d'amare piuttosto che l'intenzione di farsi gioco di lui. Dopo avere incaricato Michele di recapitare la lettera il più presto possibile fu assalito dall'ansia di conoscere la reazione che avrebbe provocato e si rese conto, ancora una volta, d'essere lungi dalla rassegnazione. Prima di sera Michele lo informò d'aver svolto l'incarico.
L'indomani incontrò Paola che procedeva svelta e che gli rivolse un saluto frettoloso passandogli accanto. Era seguita a breve distanza da Alberto che teneva lo stesso passo. In serata la rivide in compagnia della madre e di Norina. Quest'ultima appariva abbattuta, evitò di alzare gli occhi ma a lui sembrò tut¬tavia che lo guardasse furtivamente di sottecchi. Infine, sul tardi, quando era stato raggiunto da Michele, le vide ancora, non più con la madre, e prese a seguirle. Nel momento in cui comprese che stavano per rincasare pregò l'ami¬co di avvicinare Norina. Michele tornò per riferirgli: «Dice che non ha chiuso occhio tutta la notte e che potrete vedervi domani.»
Ma l'incontro fu freddo, il giorno dopo, ognuno dei due stava sulle sue e Federico lasciò alla spigliatezza di Michele il compito di pilotare una parvenza di conversazione. S'era posto intenzionalmente al fianco di Paola e lei, rallen¬tando il passo per distanziare gli altri due, esclamò: «Oh, Federico, che bella lettera hai scritto!» «Bella?!? Io non direi.» «Sì, mi ha fatto piangere.» «Che ne pensa Norina?» «Te lo dirà lei.»
(...)