il Libro

parte I - capitolo XLI


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Erano quasi le otto del mattino e Federico, al quale la sveglia mentale non aveva funzionato, dormiva ancora profondamente. Luigia lo chiamò ripetutamente, poi lo scosse con delicatezza:
«Alzati, vieni a vedere.»
Lui aprì gli occhi faticosamente e non scorgendo alcuna luce penetrare attraverso la finestra sconnessa si lamentò:
«Ma è ancora notte!»
«È giorno, invece, ma... Vieni a vedere» ripeté la madre spalancando gli scuri.
Fuori era giorno, un giorno strano. Il cielo era appena rischiarato da un invisibile sole che gli dava una colorazione innaturale di piombo vecchio. Nembi cupi e minacciosi si tingevano qua e là di sinistri riverberi rossastri. Pioveva, ma non sembrava acqua o non soltanto acqua. Veniva giù una cosa nera, lugubre. Non era giorno e non era notte. Lo spettacolo era spettrale.
«Che diavolo è, che cos'è questo fenomeno?» esclamò Federico.
Il padre, sopraggiunto in quel momento, rispose:
«È il Vesuvio.»
«Il Vesuvio?!?»
«Ha cominciato a eruttare ieri sera e subito le ceneri sono arrivate fin qui con il vento.»
Federico lanciò un'occhiata all'impermeabile appeso all'attaccapanni: era asciutto ma le gocce della sera precedente erano come stampate, tanti punti violacei che sfumavano in minuscoli aloni grigiastri.
Si vestì in fretta e mentre andava in bagno chiese alla madre se in casa avessero un ombrello. Anche nei giorni di pioggia ne aveva fatto a meno, giungendo a Vietri talvolta zuppo sino alle ossa, ma stavolta voleva proteggersi da quel singolare rovescio.
«Non avrai intenzione di uscire?!?» protestò Luigia.
«E perché no? Non è la fine del mondo.»
«Ma le strade sono ricoperte da cenere e lapilli, non si può camminare.»
«In qualche modo farò.»
Fuori la coltre di scorie vulcaniche aveva già raggiunto uno spessore di oltre dieci centimetri e dal cielo continuavano a piovere cenere e lapilli anche di notevoli dimensioni, qualcuno addirittura quanto una ciliegia. L'ombrello tambureggiava sotto i colpi e Federico immerse nella tasca la mano libera, già intirizzita dal freddo intenso, per proteggerla dai lapilli che cadevano trasversalmente. Camminava faticosamente perché i piedi affondavano. Ogni passo produceva un sonoro scricchiolio.
(...)