il Libro

parte I - capitolo XLVIII


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Mancava meno di un'ora alla mezzanotte quando gli autocarri si misero in marcia. Incontrarono un traffico modesto e procedettero velocemente con sollievo di Federico che aveva temuto dì essere già in ritardo sul programma, Aveva dovuto attendere, per dare il via, che l'alto commissario per l'alimentazione, un piccolo uomo dall'aspetto distinto, fosse pronto a partire.
A lui e a un paio di funzionari del ministero dell'Agricoltura aveva ceduto i posti in cabina, accanto ai guidatori, per un riguardo all'età e anche perché a bordo degli automezzi erano come a casa loro. Egli s'era sistemato all'interno del cassone protetto dai teloni, seduto su un fusto metallico con le spalle addossate alle centine. Aveva mandato avanti l'altro veicolo per evitare d'essere abbagliato senza tregua dalla luce dei suoi fari.
La soddisfazione d'essere riuscito a organizzare la spedizione lo distrasse inizialmente dal disagio del viaggio, reso tormentoso dal pessimo fondo stradale. Dopo alcuni chilometri, però, si spostò perché a ogni sobbalzo delle ruote il telaio al quale era appoggiato gli percuoteva dolorosamente la schiena. Si raccolse su se stesso, con i gomiti sulle ginocchia, concentrandosi sulle continue oscillazioni per conservare il precario equilibrio. Fra i pensieri che gli passavano per la mente aveva il fastidioso ricordo del momento nel quale aveva pazientemente fornito a Laratta le istruzioni per mandare avanti il proprio lavoro il ufficio. L'espressione dell'altro gli era parsa simile a quella di un ingordo che stesse saziandosi. Si confortò dicendosi che ogni conquista ha il suo prezzo.
Col passare del tempo fu preso dalla sonnolenza e soffrì con crescente acutezza per l'impossibilità di abbandonarsi. Quando gli autocarri giunsero a Formia, dove i conducenti sostarono per rifocillarsi a una bettola per viaggiatori notturni, si sdraiò sul pianale e tentò di appisolarsi senza riuscirci anche per l'indolenzimento diffuso in tutte le membra. Fu assalito dalla spossatezza al punto che quando l'alto commissario, sceso a sgranchirsi le gambe, gli chiesi da sotto la sponda «Beh, come va?» egli preferì non rispondere facendo finta di dormire.
Giunsero a Napoli che il cielo non accennava ancora a schiarire. Parcheggiarono nei pressi del malconcio edificio della stazione ferroviaria, illuminato dalla luce spettrale delle lampade gialle sotto i portici, e i due funzionati ministeriali salutarono alla voce allontanandosi verso la fermata dei tram che s'annunziavano nel silenzio della notte scampanellando di tanto in tanto e lacerando l'aria con sinistri stridori.
Faceva freddo, gli aliti si condensavano. L'alto commissario dormiva profondamente e Federico si issò nell'altra cabina finalmente libera per addormentarsi a sua volta quasi istantaneamente. Quando si svegliò l'alba era già sorta. Fece muovere gli autocarri che in breve si portarono davanti a un edificio sovrastato dall'insegna CIP COMITATO ITALIANO PETROLI.
Bussò al portone chiuso e all'uomo con gli occhi gonfi di sonno che venne ad aprire chiese quale fosse l'orario degli uffici. «Otto e mezzo, ma se volete parlare con qualcuno, non prima delle nove» fu la sbrigativa risposta.
(...)