il Libro

parte I - capitolo II


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XLI - XLII - XLIII - XLIV - XLV - XLVI - XLVII - XLVIII - XLIX - L

Alle tredici in punto la campanella squillò. I ragazzi della seconda classe sezione D raccolsero i libri, s'inquadrarono nel corridoio e scesero lungo i tre piani di scale sino al pianterreno. Giunti al grande portone, anziché sciamare verso l'esterno come gli allievi delle altre classi, proseguirono per il corridoio di sinistra che conduceva alla palestra. Federico non li seguì. «Voi fate una strada e io ne faccio un'altra» rise fra sé ripetendosi la battuta di un recente film. Spesso si sottraeva all'ora di educazione fisica quando, come il giovedì, essa cadeva a chiusura delle lezioni. Non che gli pesasse quell'insegnamento, ma non resisteva all'idea di prendere il treno delle tredici e trenta anziché quello delle sedici, specialmente da quando, a causa delle incursioni aeree su Napoli e sulla Calabria, la puntualità degli orari ferroviari non era più garantita e potevano verificarsi ritardi anche notevoli.
Spesso gli succedeva di giungere a casa dopo le diciassette. A quell'ora, dopo aver mangiato, gli restava ben poco tempo per riprendere fiato, trovarsi fuori con qualche amico che non voleva trascurare, coltivare il rapporto con la ragazza che non era sempre la stessa e infine dedicare alcuni attimi allo studio.
Lo studio non gli era mai piaciuto, anche se la carriera scolastica si era svolta regolarmente in virtù di tempestivi recuperi effettuati con impegno strenuo: l'anno precedente, in prima liceale, era stato rimandato alla sessione autunnale in sei materie, superate brillantemente a settembre con una preparazione completata in autosufficienza grazie a una volontaria clausura protratta per tutto il periodo estivo. Federico non sapeva essere costante, preferiva allo sforzo prolungato gli impegni brevi, nei quali esprimeva il meglio di sé. Fisicamente si ritrovava la stessa caratteristica: praticava numerosi sport ma se la cavava meglio in quelli che chiedevano più lo scatto bruciante che non la fatica continua. A scuola non aveva mai brillato ed egli, tuttavia, riteneva non meritata la qualifica di capolista dei fetenti attribuitagli da Bregaglia.
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