il Libro

parte I - capitolo XXXII


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Conclusa la battaglia di Salerno gli alleati avanzavano lentamente, con la prudente pazienza di chi ha ricchezza di mezzi e ne fa uso per limitare le proprie perdite umane. Un generale americano aveva affermato «Per costruire un carro armato ci occorrono due ore, per fare un soldato ci vogliono venti anni.» Conducevano quindi una guerra distruttiva, con lo scopo di annientare l'avversario o di ridurne al minimo la resistenza prima di affrontarlo. I tedeschi, dal canto loro, combattevano su un suolo ormai ostile e alle esigenze tattiche di un esercito in ritirata aggiungevano il rancore per il tradimento del quale si sentivano vittime. La liberazione dell'Italia da parte delle armate alleate non poteva che essere, come fu, la conquista di terra cinicamente bruciata. Badoglio e il suo re non avevano saputo evitarlo.
Lo sviluppo della campagna nella penisola provocò tragedie e rovine molto più gravi di quelle che s'abbatterono sulle popolazioni civili nei diciotto giorni della battaglia di Salerno, ma quando i tedeschi ripiegarono verso Napoli quelle popolazioni contarono i morti, valutarono le distruzioni e credettero di dover ricostruire il mondo.
Quel che non apparve subito evidente fu che non era sufficiente colmare i vuoti e rimarginare le ferite per far rivivere un'epoca cancellata in poco più di due settimane di inferno. La storia aveva dato il suo brutale colpo d'ariete con conseguenze irreversibili. Gli uomini erano cambiati dentro ma ancora non lo sapevano.
Cava dei Tirreni non era stata distrutta, benché le sue mutilazioni fossero imponenti. Sembrò possibile ripristinare col tempo il suo ridente aspetto di "piccola Svizzera" e restituirla allo spensierato epicureismo dì tranquilla provincia. Poté apparire che fosse questione di mattoni ed era invece l'inizio d'una mutazione che sarebbe andata lontano.
Dell'imponente chiesa di San Francesco restavano le mura esterne, numerosi edifici erano amputati e quasi tutti vistosamente deturpati dalle esplosioni. Il duomo, sulla piazza principale, era quasi indenne ma tutt'intorno erano rovine e i piani alti delle costruzioni, ridotti a patetici spaccati, mostravano vasche da bagno in bilico, quadri sghembi su pareti pericolanti, masserizie sventrate. Del Circolo Sociale, ch'era stato il fiore all'occhiello del ceto benestante, rimaneva il piano terra con il grande portale che s'apriva sotto i portici, lì dove in altri tempi gli abituali frequentatori, stravaccati indolentemente su poltroncine di vimini, solevano intrattenersi con noncurante distacco. Davanti a quel portale il marchese Balduìno, un nobile stravagante e geniale dall'aspetto buffo che l'esponeva agli abituali lazzi degli impertinenti, aveva sostato in piedi una volta per sorbire pigramente il caffè da una tazzina che teneva fra le mani. Il liquido, sgocciolando, gli aveva imbrattato la patta dei pantaloni bianchi e un ragazzetto che si trovava a passare l'aveva irriso: «Ma come, marchese, bevete il caffè col cazzo?!?» E lui aveva ribattuto, pronto: «Sì, nel bar del vostro mazzo!» Dov'era il marchese Balduino, e dove quel giovane irrispettoso, interprete trasgressivo del comune piacere di animare il flusso pacato dell'esistenza?
(...)