il Libro

parte I - capitolo XXVIII


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Appena Teresa gli aprì l'uscio Nuccio si informò se Toni fosse in casa e, alla risposta negativa, strinse fortemente la donna a sé, curvandosi per baciarla. Lei protestò debolmente: «Ci sono i ragazzi» ma non lo respinse.
Per la prima volta gli vedeva gli occhi sfavillare dietro le lenti, colmi di incontenibile felicità. Il suo volto, senza la consueta ombra di malinconia, era ringiovanito, esultante, con un'espressione simile a quella di un adolescente. La trasformazione la intenerì e, nello stesso tempo, le ricordò dolorosamente la differenza anagrafica che li divideva.
Si sedettero nel soggiorno, l'uno di fronte all'altra. Tenendole una mano fra le sue attraverso il piano del tavolo egli esclamò:
«La malattia è finita, l'ammalato è guarito!»
«Che vuoi dire? Parli forse... del fascismo?» chiese Teresa.
«Sì, è finito il fascismo, questa orribile cancrena, questa sciagurata sventura.»
Le raccontò del padre, della propria partecipazione al movimento clandestino, della incrollabile determinazione a condurre sino in fondo la lotta per il proprio sogno di vendetta e di libertà.
«Ero disposto a tutto, avevo anche accettato di svolgere missioni rischiose, ma poi mi hanno fermato perché non sono state necessarie. Il fascismo è morto consunto al proprio interno, come le cose che si sviluppano innaturalmente, già destinate sin dalla nascita a finire all'improvviso.»
Teresa lo seguiva con preoccupazione crescente. La curiosità di quando l'aveva visto per la prima volta in fotografia era divenuta nel tempo trepidazione d'amore che le aveva suggerito cento diverse supposizioni, nessuna vicina alla realtà che ora apprendeva e che le faceva vedere il giovane come non l'aveva mai immaginato. L'aveva creduto un sognatore, ispirato dalla macerazione di una giovinezza incompiuta, alla ricerca di se stesso. Aveva interpretato la sua ostinata ritrosia ad aprirle l'animo come manifestazione di esasperato pudore, mai sospettando che potesse nascondere la precisa, fredda volontà di un uomo in pericolo, un cospiratore. La sorpresa la spaventava, l'attraeva ancor più verso di lui ma rendeva brutalmente più angoscioso il timore di perderlo. Arrischiò una domanda:
«Hai ancora motivo di restare in quell'organizzazione?»
«Ora più che mai! Abbiamo lottato, rischiato, per vedere questo giorno, e l'abbiamo fatto perché crediamo in un mondo più giusto, dove non ci siano felici e infelici, ricchi e poveri, perseguitati e persecutori. Adesso possiamo batterci per l'avvenire, per realizzare la società umana nella quale crediamo, e non sarà facile perché prima dovremo uscire dal disastro nel quale il fascismo ci ha gettati.»
«Tu sapevi quello che stava per accadere?»
«A metà della scorsa settimana il quadro era già chiaro, le informazioni erano precise. L'incertezza riguardava il comportamento della corona e la reazione dei fascisti, ma da loro non abbiamo più nulla da temere, sono scomparsi come se non fossero mai esistiti.»
(...)