il Libro

parte I - capitolo XXXVII


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I posti a tavola erano contrassegnati e Federico cercò il proprio. I camerieri già venivano dalle cucine con piatti fumanti e nell'aria si spandevano odori che acuirono l'appetito che non l'aveva abbandonato neanche mentre s'arrovellava nell'esecuzione del suo primo incarico di lavoro.
II giovane seduto alla sua destra gli sorrise giovialmente:
«Credo che avrò il piacere di averla accanto. Permette? Mi chiamo Modena.»
Si alzarono entrambi per stringersi la mano. A occhio, avevano la stessa età. Il giovane era di modesta statura, un ampio torace e larghe spalle un po' curve sotto una grande testa leonina per via di una folta chioma di riccioli rossi. Si muoveva e parlava con modi disinvolti e accattivanti.
«Se non m'inganno la vedo qui oggi per la prima volta. Spero che ci lascino vicini, sembra che si divertano a cambiare i posti ogni giorno. Ma... lei non ha le posate!» Avvertì con voce alta e sicura uno dei camerieri indaffarati, che provvide con immediatezza. Federico stava ringraziando quando s'accorse d'essere apostrofato dalla persona che era a capo tavola e che si sbracciava nella sua direzione per farsi notare: «Lei, per favore! Semmai fosse astemio potrebbe offrirmi il suo vino.» Gli altri commensali ridevano ammiccando, mentre intorno il brusio cresceva di tono. Modena s'unì alla generale risata facendo sussultare convulsamente il grosso torace. Cercando di calmarsi sussurrò a Federico:
«Non lo ascolti. Il vino è a pagamento, voglio dire che è un extra. Se non lo beve può restituirlo, altrimenti glielo conteggiano sullo stipendio.»
Federico lo ringraziò con lo sguardo e, allungata la mano, porse il quartino verso il capo tavola che si protese ad afferrarlo fra uno scoppio di applausi e di divertite esclamazioni: «È riuscito a fare un'altra vittima!», «Oggi gli va bene!», «Li vorrebbe tutti così cortesi!». Quello, intanto, chino sul tavolo con le braccia intorno alla preda, lanciò in giro sguardi di buffa beatitudine.
«E un po' matto» rise Modena continuando a sussultare. Poi, mentre i camerieri iniziavano a servirli, anticipò:
«Oggi è minestra di verdure, la fanno molto saporita, il cuoco è bravo, è un veneto che sa il fatto suo.»
Federico fu d'accordo, il piatto era assai gustoso. Ma da quanto tempo non mangiava così? Inghiottiva lentamente, per prolungare il piacere del cibo.
Il suo vicino, intanto, vuotava in pochi attimi la propria scodella, continuava a parlare mettendolo al corrente di innumerevoli particolari. Lo informò di quale fosse la razione di viveri assegnata a ciascuno dalla sussistenza inglese, di quanto era il costo della mensa, dell'orario di lavoro e di quello dei pasti. Gli disse che la sala di fondo era riservata al ministro - ecco, è quello lì, al centro del tavolo lungo, è Epicarmo Corbino - e ai funzionari di gruppo A, i laureati, i dottori in qualcosa. Mentre i camerieri, ritirate le scodelle, servivano il secondo piatto, filetti dì salmone conditi con olio e limone, Modena passò a parlare del lavoro dipingendogli una situazione della quale Federico s'era già reso conto, sorpreso specialmente dal comportamento di personaggi che sembravano usciti da un cliché senza tempo.
(...)